Dal libro 'Frammenti di un insegnamento sconosciuto' di P.D. Ouspensky, parla G.I. Gurdjieff:

«La cosa che si deve sacrificare è la propria sofferenza, e non vi è nulla di più difficile. Un uomo rinuncerà a qualsiasi piacere piuttosto che alla propria sofferenza. L'uomo è fatto in modo tale che vi è attaccato più che a qualsiasi altra cosa. Eppure, è indispensabile essere liberi dalla sofferenza. Chi non ne sia libero, chi non abbia sacrificato la sua sofferenza, non può lavorare».

Ho connesso questa frase di G. ad un pensiero di Aristotele che dice: «Percepire è soffrire».

L'ovvio sfugge. Sfugge perché ci sta proprio davanti agli occhi. Da notare che per riconoscere l'ovvio, è necessario uno stato interiore molto specifico: saper guardare al momento presente in profondità, ma con leggerezza. Le fluttuazioni della consapevolezza ci costringono a perdere contatto con l'ovvio, quindi non si può arrivare ad un punto in cui si sente di averlo compreso e visto una volta per tutte. Ogni momento ha il suo ovvio.

In questo preciso instante, mi pare ovvio che non esiste nessuna reale contraddizione tra le due frasi sopra riportate, ma è uno stato che presto mi abbandonerà. Queste parole, forse, mi aiuteranno a ricordare.

Aristotele ci dice che l'uomo soffre e che questa sofferenza è data dalla natura stessa della 'percezione'. Non è una sofferenza morale, ma una sofferenza 'metafisica' connessa alle impressioni. Ogni istante siamo letteralmente bombardati da impressioni differenti in tutti i centri, e queste impressioni per penetrare all'interno dell'uomo devono entrare in contatto con una sorta di resistenza, ad esempio la sua personalità o l'essenza. Ad un certo punto, a seconda del grado di consapevolezza di ogni singolo individuo, le impressioni si arrestano, le ottave muoiono e altre impressioni cercano di 'penetrare' nell'uomo, onda dopo onda, incessantemente. Questa pressione che l'uomo subisce - probabilmente senza sosta dal momento del concepimento - è quello che chiamerei 'sofferenza' dal punto di vista della percezione. Questo processo appare inevitabile in quanto possiamo vivere per un po' senza cibo, senza acqua, per breve tempo senza aria, ma neanche un istante senza impressioni.

Un punto di vista differente arriva da Gurdjieff. Egli ci dice che la cosa alla quale l'uomo è più attaccato è la propria sofferenza. Detta così, sembrerebbe un'affermazione assurda. Ma basta andare un pochino oltre il proprio naso e la propria vanità, guardarsi intorno e rovistare nella vita intima delle persone che ci sono accanto, per rendersi conto che ognuno di noi soffre e che questa sofferenza ci rende vivi, ci nutre e dà identità. Un torto, una violenza, un sopruso, una cattiveria subita, ce le ricorderemo per sempre, ma avremo la memoria molto corta quando sarà tempo di ricordare tutto il bene che abbiamo ricevuto, diretto ed indiretto. Cento belle impressioni non paiono sufficienti a bilanciarne una negativa.

Siamo sulle strisce pedonali, una persona passa con la macchina con l'arancione-rosso; alziamo il braccio e mandiamo a quel paese lo spregiudicato autista. Lui si ferma ed invece di chiederci scusa ce le dice di tutti i colori. Tutta la storia si materializza in 60 secondi e nonostante fino a quel momento sia stata una bellissima giornata, tenere il proprio 'cavallo' impazzito a freno sarà quasi impossibile. Per i più esperti ci vorranno ore a sbollentare l'accaduto, dopo aver mandato dodici messaggi SMS, twittato al mondo intero il proprio sgomento e aver considerato con tutto il proprio essere di abbandonare il Paese di appartenenza per trasferirsi in qualche paese civile, aver maledetto sindaco, sindacati, il governo e alcuni amici che non hanno nulla a che fare con quanto accaduto, ma fanno brodo. Una parte di noi, ama soffrire o forse deve soffrire.

Cosa vuol dire che l'uomo deve sacrificare la propria sofferenza? Sacrificarla per cosa? Qual è lo scopo di questo sacrificio?

Immagine in alto: Adamo ed Eva dopo la caduta dal paradiso mentre sono a lavoro

Genesi 3:18 «Spine e cardi produrrà per te e mangerai l'erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!».

Responses

  1. Riccardo

    “Percepire è sofferenza” perché nella percezione esiste una separazione, tra soggetto ed oggetto. L’essere stesso del soggetto è un essere separato: dal mondo, dagli altri, dai propri oggetti di desiderio.
    Io vedo in me come i miei patimenti sono difficili da lasciare andare, mi sembrano davvero importanti. Ho paura che lasciare andare le mie preoccupazione mi porti a perdere la possibilità di superarle, e soprattutto, al vuoto.
    Come esperimento, una volta al giorno per la prossima settimana, proverò a vivere alcuni minuti (1-2 per esempio) lasciando andare le cose per le quali mi affanno, per le quali “lotto”, e che danno “senso” alla mia vita.

    1. Fabrizio Agozzino Post author

      Grazie Riccardo per il commento.

      Partire con 1-2 minuti al giorno contro le identificazioni più importanti mi pare un ottimo scopo. Mi pare anche che per uomini in via di sviluppo come noi, bisognerebbe lavorare molte ore al giorno (per non dire incessantemente), sulle piccole e più insidiose identificazioni che, proprio perché piccole, passano inosservate.

      Saprebbe offrirmi esempi di queste piccole e fastidiose ‘identificazioni’ con cui eventualmente lavorare e che potrebbe aggiungere alle ‘grandi’?

      Grazie,
      Fabrizio A.

  2. Luca

    In alcune rare occasioni posso osservare come con la giusta distanza da me stesso (soggetto ordinario) e dall’oggetto si indebolisca l’illusione della separazione e quindi della sofferenza. Io non sono (soltanto) colui che sente.

    1. Fabrizio Agozzino Post author

      Grazie Gabox.

      Mi pare di comprendere cosa intende con “Io non sono (soltanto) colui che sente”. Il Sé, potremmo dire, è colui che osserva e ‘Fabrizio’ è l’osservato. Questo, ovviamente, è un alto livello di consapevolezza, è il momento in cui uno realmente ricorda se stesso, o meglio, il Sé ricorda se stesso.

      Quello sto cercando di dire con il mio articolo, è che dovremmo essere consapevoli della ‘natura’ della sofferenza, scartare gli elementi ‘morali’ e non necessariamente ‘lottare’ contro questo stato, ma lavorare sull’identificazione che accompagna il piacere e l’obbligo verso la sofferenza.

      Mi pare che dovremmo scoprire nuovi ‘modelli’ e ‘riferimenti’ per il nostro mondo interiore senza tuttavia puntare a livelli di consapevolezza che, almeno per il momento, renderebbero teorico il nostro Lavoro che è e deve rimanere pratico.

      Quindi, meglio lavorare su qualcosa che può essere fatto ‘molto spesso’ piuttosto che su qualcosa che è ‘raro’.

      A presto,
      Fabrizio A.

      1. Francesco

        “Quello sto cercando di dire con il mio articolo, è che dovremmo essere consapevoli della ‘natura’ della sofferenza, scartare gli elementi ‘morali’ e non necessariamente ‘lottare’ contro questo stato, ma lavorare sull’identificazione che accompagna il piacere e l’obbligo verso la sofferenza.”

        Molto, molto interessante… C’è qualcosa che mi attira di questo punto di vista… Di fatto, se io riesco a non trovare “piacere” (in senso lato) o comunque un “guadagno” da un mio comportamento (apparentemente) disfunzionale e mi affranco dalla coazione a ripeterlo allora in quel momento abbandono il mio stato di minorità per rendermi autonomo…

  3. Paolo Meoli

    Grazie Fabrizio per il tuo articolo,
    mi permette di ricordare il principio tramite il quale è possibile trasformarsi, o in altre parole cambiare la forma della propria esistenza. Sembrano parole astratte, ma se riusciamo ad avere una vaga idea del processo che il sacrificare la sofferenza mette in moto, allora ci rendiamo conto che ciò significa trasformare il modo di guardare alla vita.
    Perché soffriamo? Alcune volte non sono capace di riconoscere il perché . In altre mi sembra chiaro che la sofferenza è connessa al quadro immaginario che ci siamo fatti della realtà. Chi di noi desidera un ambiente caldo, familiare e accogliente non appena si trova un un ambiente freddo e pungente comincia a soffrire. Chi di noi desidera un lavoro importante che gli porta fama e ricchezza, soffrirebbe non poco a fare il cassiere in un supermercato. Esempi per dire che la sofferenza sembra essere legata ai nostri desideri, al nostro ritratto immaginario di come dovremmo essere noi e gli altri che ci sono intorno. Normalmente viviamo in questo mondo immaginario e non appena qualcosa mina questo ritratto, cominciamo ad esprimere emozioni negative al fine di respingere quella impressione, di non farla entrare, di rimanere nella nostra bolla. E’ importante riconoscere che abbiamo bisogno di questa bolla. Se non si è preparati sarebbe come guardare il sole ad occhi nudi. Ciò che succederebbe a guardare una realtà a cui non siamo pronti sarebbe solo quello di diventare ancora più ciechi. Per tale motivo c’è bisogno di partire da dove siamo, e cioè focalizzare le aree dove esprimiamo maggiormente le nostre emozioni negative, perché? Ebbene, dietro le nostre emozioni negative risiede una sofferenza inascoltata. Una sofferenza che continuiamo a respingere in quanto provocherebbe la distruzione del nostro quadro immaginario. Ma se non esprimiamo le nostre emozioni negative, ci fermiamo e “Diamo parole al dolore” per dirla alla Shakespeare, cominciamo lentamente a far entrare in noi una realtà che se all’inizio la percepiamo come sofferenza in futuro potrà essere percepita come scoperta.

    “E se noi impostiamo le nostre vite conformemente al principio che ci suggerisce di farci largo tra le difficoltà, allora quello che ancora ci colpisce come così estraneo diventerà il bene più caro e fedele ….Forse tutti i draghi della nostra vita sono principesse, che stanno semplicemente aspettando di vederci almeno una volta belli e coraggiosi. Forse tutto ciò che è terribile è essenzialmente soltanto la debolezza che sta cercando il nostro aiuto.” – Rainer Maria Rilke

    1. Fabrizio Agozzino Post author

      Grazie Paolo per il tuo commento.

      Ritratto immaginario – sofferenza è certamente un connubio interessante. Ma, come hai detto, anche essenza (e i suoi desideri innati) – sofferenza è un connubio da osservare.

      Forse una domanda che potremmo porci quando stiamo soffrendo potrebbe essere la seguente: mi è utile questa sofferenza?

      Fabrizio

    1. Mara Pilato

      Grazie Fabrizio.
      La sofferenza da sacrificare secondo me e’ quella provocata dall’immaginazione , dalle aspettative, dall’identificazione.
      Quella utile e’ quella reale, quella, per esempio, che provoca shock, come la morte di una persona amata

      1. Fabrizio Agozzino Post author

        Grazie Mara,

        il tuo commento è breve ma molto utile.

        E’ fondamentale fare una distinzione tra sofferenza ‘reale’ ed ‘immaginaria’tra Sofferenza ‘evitabile’ ed ‘inevitabile’.

        Una parte di noi mette tutto dentro lo stesso grande pentolone e la chiama ‘sofferenza’ ma non è così. Sapere con che ‘tipo’ di sofferenza si sta lavorando, è già metà del lavoro.

        A breve, il 26 di ottobre, inizieremo un seminario sui quattro centri inferiori, e queste differenze diverranno molto più chiare.

        A presto,
        Fabrizio

    2. Paolo Meoli

      Guarda cosa scrive Collin qualche anno dopo:

      5 MAGGio 1949 Se un uomo comincia a rendersi conto che la maggior parte della sua sofferenza non è reale, se incomincia a “sacrificare la sua sofferenza”, come si è soliti dire, allora anche in questa vita essa perde il suo mordente.

      Per la prima volta dopo diversi anni sento di cominciare a comprendere questa enigmatica citazione di Gurdjieff. “Si deve cominciare col sacrificare la propria sofferenza” …. Solo dopo aver compreso questo sembra che cominci ad avere senso il passo successivo, cioè quello del soffrire intenzionale.

  4. Mara Pilato

    La mia esperienza personale mi porta a dire che la trasformazione della sofferenza avviene tramite l’accettazione .
    Ringrazio la scuola e i miei compagni di viaggio per avermi dato e per darmi gli strumenti ed il supporto necessario.
    Un abbraccio

  5. Mayra

    Caro Fabrizio e cari compagni,
    Come condiviso da Mara, anche io ho riscontrato nella mia esperienza che l’accettazione (il processo forse contrario alla mia solita e stra-conosciuta negazione) è la porta d’ingresso nella fabbrica della trasformazione. Ritrovarmi diversa da come m’immagino è una delle cose che mi fa soffrire di più. Mi sono vista mentire mentre mi credevo sincera, gioire di vanità pensando di essere modesta, giudicare pesantemente, divertirmi col mio giudicare, e comunque immaginarmi una “persona buona”. Neanche accorgermene delle mie mancanze, e poi vedermi. E soffrire. Da quest’esperienza ho ricavato un’aforisma: “Ebbene sì. Anche questa sono io”

    1. Fabrizio Agozzino Post author

      Cara Mayra,

      Qualche ora fa, qualcuno ha condiviso con me questa interessante citazione, che mi pare connessa:

      «Ma che cos’è la passione, che cosa sono le emozioni? E’ lì la fonte del fuoco, è lì la pienezza dell’energia. Un uomo che non sia infiammato non è nulla: è ridicolo, è bidimensionale. Dev’essere infiammato anche se fa la figura dello stupido. Una fiamma deve bruciare da qualche parte, altrimenti non splende nessuna luce, non c’è calore, non c’è nulla.»

      C.G.Jung – La Psicologia del Kundalini Yoga

      A presto,
      Fabrizio

  6. Mayra

    “Dal male ho ricavato molto bene. Il mantenere la calma, il non rimuovere nulla, il rimanere vigile e insieme l’accettazione della realtà – prendendo le cose come sono e non come avrei voluto che fossero – mi hanno portato conoscenze singolari ma anche singolari energie, quali prima non avrei potuto immaginare.
    Ho sempre pensato che se non si accettano le cose, esse in un modo e nell’altro ci sopraffanno;
    ora invece non è più così, e solo accettandole è possibile prendere posizione di fronte a esse.
    Anch’io voglio partecipare al gioco della vita nell’accettare ciò che di volta in volta mi offrono i giorni e la vita,
    bene e male, sole e ombra che costantemente si alternano, e così accetto anche la mia natura, con i suoi lati positivi e negativi, e tutto si ravviva.
    Com’ero pazza, io che volevo forzare ogni cosa ad adattarsi al mio volere!”

    Lettera di una paziente a Jung

    1. Paolo Meoli

      Dal male ho ricavato molto bene ….. mi sembra un elemento essenziale di una “fede conscia”. Fede che i mali della vita arrivano per estrarre da noi il meglio, che senza una reale necessità rimarebbe ad annoiarsi nel profondo di noi stessi …..