Il 26 di dicembre 2015, abbiamo invitato i nostri lettori a formulare i propri propositi per il Nuovo Anno. Abbiamo citato Aristotele, che ha detto: “Il benessere dell’uomo dipende, nel suo complesso, da due cose: Una è la corretta scelta dello scopo, del fine verso il quale le azioni dovrebbero tendere; l’altra consiste nell’individuare le azioni che conducano a tale scopo.” Abbiamo esortato i lettori a formulare il proprio scopo su ampia scala per il 2016, così come gli sforzi su scala ridotta che intendevano compiere per raggiungere tale scopo. Quattro mesi più tardi – essendo trascorso un terzo dell’anno – è opportuno rivedere ciò che abbiamo appreso da questo esperimento.

Da parte mia, la Vigilia del 2016, ho espresso il proposito di ridurre al minimo le battute di spirito. Avevo infatti notato che le mie battute e il fare osservazioni spiritose con gli amici oltrepassavano spesso i limiti del buon gusto. Erano divenute un’abitudine che mi impediva di instaurare un più intimo dialogo. Dal momento che avevo osservato che ciò avveniva principalmente durante i pasti, ho associato la necessità di individuare “le azioni che conducano a tale scopo” allo sforzo di portare maggiore intenzionalità al momento del pranzo. Se avessi introdotto un disciplinato sforzo nel mio stare a tavola – rallentando la consumazione del cibo, assaporandolo, prestando ascolto a quello che gli altri avevano da dire – mi sarei trovato in una migliore posizione per cogliere gli ‘io’ di spirito non appena fossero apparsi ed evitare così di esprimerli.

Il mio proposito si è dipanato come un filo d’oro attraverso il tessuto dei festeggiamenti di Capodanno. Colazioni, pranzi e cene divennero opportunità per farne pratica. Ogni fallimento rafforzava la riaffermazione del mio scopo e ogni successo rafforzava il mio proposito. Ho la vivida memoria di un momento alla Vigilia di Capodanno: la mano che lentamente portava la forchetta alla bocca, mentre l’ospite al lato opposto del tavolo, diceva: “Chissà dove saremo l’anno prossimo…” e l’osservazione spiritosa che immediatamente mi era balzata in mente: “se ci saremo l’anno prossimo…” e, sebbene tale pensiero fosse sulla punta della mia lingua, pronto a precipitarsi fuori, io ne ingoiai l’espressione.

Vittoria. “Io” non ero quell’ “io”. L’inestimabile luce generata dal lasciar cadere quell’insignificante commento si rivelò niente di meno che una trasformazione del piombo in oro. Respinta in tal modo, la battuta rimasta inespressa accese il mio senso di sé in essere. Mi era stato concesso il raro dono della scelta, quello, cioè, di parlare o non parlare; e, in effetti, quanto spesso abbiamo davvero la scelta di dire quello che stiamo dicendo? In quel momento, il mio cosmo era governato dal proprio padrone.

La combustione alchemica ebbe modo di ripetersi durante le festività e durante la prima settimana del nuovo anno, prima di affievolirsi insieme alla novità del mio proposito. Quattro mesi dopo, l’anno non può più definirsi “Nuovo” e il mio proposito non è più un proposito. Ha senza dubbio lasciato una traccia – non sono certamente regredito al punto in cui mi trovavo prima della sua formulazione – ma, a ben vedere, mi rendo conto che la sua efficacia è durata all’incirca un mese. Ha goduto di una buona vita, sebbene più breve di quanto mi aspettassi.

Così, mediante questo esperimento, ho verificato il valore del formulare scopi pratici, senza i quali non avrei portato altrettanta disciplina a tavola, né sperimentato il magico dono della scelta. Ho anche verificato che gli scopi hanno un limitato periodo di vita, al termine del quale si affievoliscono e muoiono. Li dobbiamo riaffermare, riaffermare e riaffermare.

Che cosa avete appreso voi dai vostri propositi per il Nuovo Anno?