Nel mese di Luglio abbiamo lavorato sull'osservazione delle funzioni 'sbagliate' del centro intellettuale. Sbagliate nel senso che ci allontanano dall'osservare noi stessi e la realtà che ci circonda. Nel mese di Agosto, Asaf B. ci invita a pensare 'correttamente'. A interrogarci su come possiamo utilizzare degli 'io' del centro intellettuale, gli aforismi, come strumenti di Lavoro. Se non osserviamo le nostre abitudini non possiamo poi utilizzarle per ‘Essere’. Non possiamo combattere un nemico che non conosciamo, come ha scritto Asaf B. nel suo articolo nel mese di agosto, se non raccogliamo nel mese di luglio non possiamo trebbiare in agosto. Se non smascheriamo l’illusione, non possiamo essere.

L’aspetto magico di questo Lavoro lo trovo nel fatto che più che per eliminazione, lavoriamo per trasformazione. Dopo aver osservato una nostra abitudine, una nostra area di meccanicità, la domanda non dovrebbe essere come eliminarla, ma come trasformarla. Per esempio: se ho osservato che tendo a interrompere le persone quando parlano, arrestare questa abitudine è solo l’inizio del processo di trasformazione, non la fine.

Questo lavoro di Luglio e Agosto sulla funzione intellettuale, unito alla comprensione che in questo Lavoro abbiamo bisogno di trasformare, mi ha portato alla seguente domanda: in cosa possiamo trasformare la nostra limitata capacità di pensare? Con cosa possiamo sostituire il pensiero o la mente logica? La risposta l’ho trovata in quello che nel Sistema è definito 'pensiero psicologico'. Come la parola logico è contenuta nella parola psicologico, non eliminiamo il pensiero logico con il pensiero psicologico, ma bensì lo trasformiamo aggiungendo a ciò che è logico ciò che è psichico. Aggiungiamo l’anima (dal greco psychè) al discorso (dal greco lògos).

La 'mente logica' spesso interpreta le idee del sistema in maniera 'formatoria', per esempio usando l’idea del giusto e dello sbagliato. Ritornando all'esempio precedente, una volta osservata la propria tendenza a interrompere le persone mentre parlano, la mente logica potrebbe pensare che tale atteggiamento sia sbagliato. Pensare psicologicamente, significa spingere avanti la propria capacità di auto-osservazione e chiedersi del perché si ha la tendenza a interrompere le persone quando parlano. A questo punto potrei scoprire che sono interessato a esprimere ciò che sento più che ad ascoltare gli altri. Questa comprensione potrebbe portarci al significato interiore dell’esercizio di non interrompere.

Il metodo psicologico parte da due ammissioni: la prima è che le cose hanno il loro significato interiore.

P.D. Ouspensky, La Quarta Via

Spesso, il parlare è un modo per esprimere i nostri bisogni più che condividere qualcosa con l’altro, come una comprensione. Ricordare questo significato interiore, mentre cerco di non interrompere le persone, potrebbe avvicinarmi ad una possibile trasformazione. Consapevoli che interrompendo ci rendiamo spesso sordi all'altro potremmo arrivare a 'trasformare' il solito parlare in nuova capacità di ascolto.

Ascolta o la tua lingua ti renderà sordo”.

Proverbio Cherokee

Questa potrebbe essere solo una delle interpretazioni di questo assunto del metodo psicologico. Cosa per voi significa che mediante l’utilizzo del metodo psicologico scopriamo che le cose hanno un significato interiore?

Disegno: Mayra.

Redattore: Gabriella E.

Responses

  1. Sandra

    Cari ricercatori della verità,

    Dopo aver visto il workshop online dove vengono enunciati i 10 aforismi (per soli membri), mi e’ venuto spontaneo seguire il pensiero che Fabrizio ha espresso, sull’ultimo aforisma:”Quello che tu guadagni,lo guadagnano tutti”.

    A questo proposito, Fabrizio ha sottolineato che una domanda,che ognuno di noi pone,può essere utile a tutti.

    La mia domanda riguarda l’aforisma 5 che dice:”Accogli la sofferenza”.

    Come si può accogliere ed utilizzare la sofferenza in un ‘area di lavoro concreta?

    Grazie a tutti.

    1. Paolo Meoli Post author

      Ciao Sandra,
      credo che soprattutto se parliamo di un’area come la sofferenza non esiste un lavoro valido per tutta la sofferenza. Anche perchè ci sono diversi tipi di sofferenza. Per rimanere in tema dell’articolo, mi sembra che prima di poter accettare dobbiamo capire il significato psicologico di tale sofferenza.
      Come ti diceva Fabrizio,
      un esempio potrebbe aiutare.
      Paolo.

  2. Paolo Meoli Post author

    Pensando a questa trasformazione delle nostre caratteristiche in punti di forza leggendo questo proverbio russo ho pensato che il tempo, il tempo trascorso ad osservare le nostre caratteristiche è una componente fondamentale.
    “Non esiste male che il tempo non tritura come un chicco di grano per fargli dare la sua farina” Proverbio Russo
    Forse potrebbe essere connesso anche al mese (non so bene quale) dove il grano si trasforma in farina.

  3. Sandra

    Caro Fabrizio,

    Il dolore a cui mi riferisco in specifico e’ connesso all’attaccamento di tipo emozionale, come per una madre, un compagno, un figlio. Quando eccessivo, diventa patologico.
    L’auto-osservazione e il lavoro su di sé, evidenziano le forze compulsive della macchina.

    Mi e’ piaciuta molto la frase che Paolo ha usato in un altro commento:”Non esiste male che il tempo non tritura”.
    Effettivamente il tempo e’ il medico d’ogni male.

    Desidererei lavorare in quest’area, perché la vivo come un punto debole.

    Grazie,
    Sandra.

    1. Paolo Meoli Post author

      Cara Sandra,
      l’area di lavoro che porti per me è sempre stata una delle più complesse. La gioia e la sofferenza generata dal rapporto con le persone sono per me l’area di lavoro più difficile. Alcuni rapporti a volte sembrano essere la nostra primaria fonte di gioia che presto però non tarda a tramutarsi in sofferenza.
      Sembra che sono proprio le persone che diciamo di amare che poi ci fanno stare più male. Ma perchè ciò succede è una domanda che mi sono sempre chiesto, e quando hai condiviso la tua osservazione ho sentito il bisogno di rispondere a questo quesito che in me non smette di far rumore.
      L’impressione è che, nel nostro stato ordinario, nelle relazioni con gli altri, soprattutto quelle più significative, si generano emozioni molto forti ma anche in evidente contraddizione. Nella mia esperienza personale gli amici ai quali ho voluto veramente bene sono quelli che anche mi hanno fatto arrabbiare di più, e per i quali quindi ho sofferto di più. L’impressione è che questi due tipi di sentimenti opposti (amore odio) hanno la stessa sorgente.
      Una vecchia storia mi aiutò a capire questa faccenda:
      “Un giovane uomo una volta si recò alle coste di un fiume, catturò un pesce lo uccise e lo bollì. Un vecchio che passava di li gli chiese: Perché stai mangiando quel pesce? Il giovane uomo gli rispose: Perché io amo il pesce. Ed il vecchio gli rispose: “Oh tu ami il pesce … e questo è il motivo per cui l’hai tolto dall’acqua, lo hai ucciso e bollito. Non mi dire che ami il pesce. Tu ami te stesso, e perché il pesce ti piace lo hai preso dall’acqua, ucciso e cucinato”.
      Una storia semplice, ma che coglie l’essenza dei nostri sentimenti e della maggior parte di ciò che chiamiamo amore. Il nostro centro emozionale, al pari di altri centri, ha dei suoi bisogni che cerca di soddisfare. Questi bisogni hanno un carattere diverso da quelli istintivi e solitamente orientano le nostre scelte nelle relazioni personali. Per esempio potremmo aver il bisogno di accudire o il bisogno di essere accuditi, il bisogno di controllare l’altro o di essere controllati. Da un punto di vista poco importa la direzione del desiderio, il punto mi sembra che quando le nostre emozioni sono legate alla soddisfazione dei nostri desideri emozionali siamo legati a provare sentimenti positivi quando il bisogno viene soddisfatto e sentimenti negativi quando l’altro non si presta alla soddisfazione del nostro desiderio. Diciamo di amare una persona quando questa per esempio si fa accudire, e quindi poi smettiamo di amarla quando non si fa più accudire come noi desideriamo. Questa mi sembra essere la natura dei nostri sentimenti soggettivi, soggettivi nel senso di ancorati ai nostri bisogni. Spesso nella sofferenza nelle relazioni personali mi ritrovo a chiedermi, quanto sto soffrendo per ciò che non posso avere dall’altro, e quanto invece soffro perché l’altro sta soffrendo. Soffro perché non posso avere il pesce o perché è invece il pesce che sta soffrendo. Una questione ancora aperta …..