Ho memoria dell’auto osservazione fin dall'infanzia, piccoli episodi. Un giorno accompagnai mia madre a fare la spesa. Dal panettiere incontrai una compagna di classe, della seconda elementare. Ero innamorato segretamente della mia amica, che si chiamava Pamela, e paradossalmente l’unico modo che conoscevo per esprimere un sentimento così dolce e profondo era essere indifferente, cinico e aggressivo. Mentre mia madre e la mamma di Pamela parlottavano non persi occasione per esprimere alcune frasi e commenti poco piacevoli verso Pamela.

La mia mano si muoveva frenetica, i suoi occhi erano incuriositi ma freddi, sospettosi. Sentivo le parole venire a me e da me. Nonostante mi domandassi perché mi stessi comportando in modo così ottuso, sentivo di non avere scelta. Sembrava fosse l’unico modo possibile di agire in quel momento in cui mi sentivo di essere sospinto da una corrente elettrica.

Non avrei voluto comportarmi così ma non potevo far altro che guardare attraverso i miei occhi quello che l'ottuso Fabrizio combinava. Speravo che la madre di Pamela, impegnata a pettegolare con mia madre, non fosse consapevole di quel molesto gioco sotterraneo; mi resi conto che non era così quando mi prese all'improvviso per la manica della giacca e mi strattonò con veemenza un paio di volte chiedendomi qualcosa che aveva a che fare con la scuola e i compiti per casa. Non era tanto quello che diceva: mi stava mettendo a posto. I suoi occhi glaciali mi pietrificarono. Mi sentii davvero stupido per aver permesso ad una parte di me di mettermi in una situazione così umiliante e per non essere in grado di esprimere i miei sentimenti in modo 'naturale'.

Questo sentimento di 'impotenza' mi ha accompagnato per tanti anni. Mi sono osservato ridente, simpatico, malinconico, cinico, tenero e aggressivo. A volte mi mostravo in un modo al mondo esterno ma dentro, nel mio piccolo mondo interiore, provavo esattamente l'opposto. Spesso mi sono chiesto: vivono tutti così? Ci sono altri che sperimentano questo costante contrasto e conflitto tra le proprie azioni e la purezza dell’intento?

Nel passato non chiamavo questo stato interiore 'auto-osservazione' perché non ne ero pienamente consapevole, era più una lotta invisibile tra due me stessi. Negli anni questo peculiare stato interiore si è evoluto, raffinato, ho cominciato ad osservare le mie voci, i toni, gli accenti, le varie maschere. La cosa più sorprendente fu scoprire che c'era un nuova voce che era nata in me, una voce che era differente da tutte le altre. Mi narrava nel momento presente quello che stava accadendo sia all'interno che all'esterno, non era importante che ci fosse qualcosa di strepitoso da narrare, il fuoco era per lo più sull'osservazione e sulle mie reazioni, sui miei giudizi. La cosa che mi sorprendeva era il 'distacco' che portava ascoltare la Voce e a volte la sentivo anche nei sogni. Era l’anima quella che mi parlava? E parlava a chi?

Crescendo sono divenuto sempre più consapevole sia della 'voce' che degli effetti che comporta vivere senza una specifica disciplina sia interiore che esteriore. Il nostro esistere è effimero e viviamo in un profondo stato di sonno ipnotico in cui l’identificazione e la mancanza di volontà sono gli ingredienti principali. E' evidente, oggi, che ci sono due fattori fondamentali che possono condurre un 'cercatore della verità' dallo stadio del 'centro magnetico', che è quella parte in noi che desidera il risveglio, alla creazione di un maggiordomo interinale, che è quella parte in noi che desidera lavorare: osservazione e registrazione. Senza registrare, senza 'ricordare' sarà impossibile guadagnare dall'esperienza. Ma è solo grazie all'esperienza, spesso dolorosa e amara, che potremo trovare il 'giusto' carburante e le necessarie motivazioni per andare oltre il nostro stato ordinario.

La coscienza è la voce dello spirito, che penetra attraverso l'anima fino al corpo, quando tutti e tre vibrano insieme. È questo che il ricordo di sé produce: corpo, anima e spirito sono momentaneamente allineati. Il corpo è collegato attraverso l'anima allo spirito, che è fuori dal tempo, immortale. Questo spiega perché nei momenti di ricordo di sé non c'è tempo, né paura, né dubbio: solo pura coscienza, silenzio e la voce della coscienza. Perdete il ricordo di sé e la paura, il dubbio e il tempo immediatamente ritornano.

Rodney Collin, La Teoria dell'Armonia Conscia

Come disse Aristotele: “Percepire, è soffrire”.

Non dovremmo avere paura di percepire, cioè Vedere, quello che non ci piace nel momento presente, poiché se respingiamo quello che vediamo, quello che siamo, stiamo respingendo anche le possibilità di evoluzione, di andare oltre noi stessi.

Cos'è che una parte di te non vuole Vedere, né affrontare? Quali sono le piccole bugie che giorno dopo giorno ti racconti e racconti agli altri? Senti dentro di te forte il desiderio di Lavorare per andare oltre i limiti della tua personalità?

Fabrizio Agozzino

Immagine: Giovanni Bellini , dettaglio di 'Giovane donna nuda davanti allo specchio', Kunsthistorisches Museum, Vienna, 1515

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