Una vigna, un frutteto, una brughiera, un villaggio arroccato sulla collina si susseguono veloci. Appaiono e scompaiono rapidamente attraverso il finestrino del treno, offrendosi alla vista solo per un istante. A tratti, ora li colgo, poi li abbandono per sognare ad occhi aperti. Molto va perso. Non riesco ad essere consistente per lungo tempo. Gli occhi restano aperti, ma ciò che compie l’azione di guardare attraverso di loro fa capolino come un fragile neonato e, a motivo di questa sua fragilità, presto si riassopisce. Questo è il mio stato, reso solo più ovvio dal mio declinare il fresco buffet offerto dal panorama Toscano a favore di associazioni mentali prive di valore.

Allo stesso modo dentro e fuori dalla mia stessa vita, scendo dal treno, trascino il bagaglio fino all’hotel, mi registro, mi do una rinfrescata e raggiungo il gruppo al piano di sotto. Dentro e fuori, percorro le pittoresche strade di Firenze, gremite di bar, negozi, persone, cani al guinzaglio e piccioni. Dentro e fuori, faccio un’abbuffata di fontane, colonne, sculture e marmi, o li trascuro stupidamente per rincorrere i miei sogni ad occhi aperti. Dentro e fuori, arrivo a Palazzo Medici.

Il cortile interno attutisce il rumore cittadino. Salgo le scale ed entro nella cappella. Le pareti sono affrescate con la rappresentazione dei Magi che recano doni. Una Madonna con Bambino conclude il loro viaggio. “Siamo i Re Magi venuti da Oriente; che recano doni al bambino Gesù” canticchia una persistente associazione mentale. In effetti, come i Magi anch’io ho compiuto un lungo viaggio, loro a cavallo e io in treno. Loro portando doni, io a mani vuote. Hanno portato i loro doni attraverso i pericoli di un viaggio a quel tempo difficile, incuranti del freddo invernale. Non si sono risparmiati né in quanto a sforzo né in generosità. Nessuno che si affidi a una stella si risparmia in quanto a sforzi e generosità.

Adoration-in-the-Forest-detail-of-Jesus-400pxMi avvicino per esaminare l’accurata raffigurazione di ogni personaggio. Il vecchio Re cattura in modo particolare la mia attenzione. Alla sua età, avrebbe potuto anche non fare mai ritorno da un simile viaggio. La sua destinazione è ai suoi occhi così preziosa che non esita a mettere in gioco la sua stessa vita. Egli mi restituisce lo sguardo, facendo da specchio a me stesso. “Ora comprendi che tutto deve essere fatto con sforzo,” sembra dire “o pensi ancora che le cose si realizzino da sole?”

Più dentro che fuori, adesso, il mio sguardo si sposta sul Bambino Gesù, proprio di fronte al Re. Anch’egli mi restituisce lo sguardo, in un modo carico di mistero. “Dipende da come guardi,” sembra scherzosamente ammiccare in risposta al vecchio Re. “Sforzo è quel che pare dal suo punto di vista; dono è quel che sembra a me.”


Fate un momento di pausa e guardatevi attorno. Guardate attraverso gli occhi. Sperimentate la consapevolezza che fa capolino come un fragile neonato. Siate testimoni di quanto difficile sia prolungarla e di quanto velocemente si dissolva. Questo insegnamento insegna come farla restare mediante sforzo intelligente. Gli sforzi, come i doni, non possono essere impersonali. Dobbiamo abbinare lo sforzo con il momento, così come sceglieremmo con cura un regalo su misura per il nostro migliore amico.

Che cosa porti in dono alla consapevolezza in questo preciso momento?